di Rossella Giaquinto
Alla scoperta del coaching scolastico
Nel mese di dicembre si è concluso un percorso formativo intenso e stimolante dedicato al Coaching Umanistico. Non si è trattato di un semplice aggiornamento professionale, ma di una vera e propria sperimentazione che ha spinto un gruppo di docenti a mettersi profondamente in gioco, accettando la sfida di guardare con occhi nuovi la propria professione, i propri studenti e, inevitabilmente, sé stessi.
Sotto la guida di due esperti formatori, il gruppo ha attraversato quattro incontri densi di significato. Insieme abbiamo esplorato i fondamenti teorici e le applicazioni pratiche di questa metodologia, cercando di declinarla in quel microcosmo complesso e vivo che è l’aula scolastica e che, sempre più spesso, diventa per noi palestra di nuove sfide educative. Condivido pertanto con voi tutti alcune informazioni e riflessioni che mi auguro possano incuriosire e ispirare.
L’essenza del Coaching: allenare il potenziale
Il coaching è una metodologia che affonda le sue radici nella psicologia positiva e umanistica, nutrendosi del pensiero di autori come Rogers, Maslow, Erikson e Bandura, i quali hanno gettato le fondamenta delle teorie legate alla formazione della società, degli adulti e ai bisogni intrinseci di apprendimento e crescita.
Lungi dall’essere un intervento clinico o psicoterapeutico, il coaching si configura piuttosto come un processo di orientamento e potenziamento della persona, una sorta di percorso di crescita personale. Attraverso tecniche mirate, il coach aiuta l’individuo a “fotografare” il presente, definire soluzioni concrete e pianificare le azioni necessarie per raggiungere obiettivi a breve termine.
Ciò che abbiamo compreso e sperimentato, attraverso esercitazioni e racconti coinvolgenti, è che la vera essenza di questa pratica risiede nel ruolo dell’operatore: il coach è, infatti, un vero e proprio allenatore del pensiero. Il suo particolare modo di interagire mira ad attivare nelle persone la voglia di farcela. Non fornisce risposte né consigli direttivi, non indaga il passato né scava nella storia della persona, ma si focalizza sul “qui e ora”, sulla direzione futura e su come raggiungerla.
Il presupposto dal quale parte è che ognuno possieda già le proprie risposte: servono solo le domande giuste per farle emergere, trasformandole in consapevolezza e valore. Proprio come un buon allenatore, un coach non richiede il “miglior tempo in assoluto”, ma il “miglior tempo possibile” di ognuno, ancorando il percorso a osservazioni concrete che favoriscano l’equilibrio tra desideri e possibilità, tra ciò che vorremmo fare e ciò che in concreto realizziamo. Questo approccio permette di guardare in modo più realistico alle proprie scelte e ai propri comportamenti.
Dalla teoria alla classe: tre azioni “potenti”
In sostanza, il Coaching Umanistico non insegna a vincere sugli altri, ma a vincere su sé stessi. A tal proposito una riflessione interessante ha riguardato il sistema di valutazione all’interno del contesto scolastico che, in quest’ottica, cambia radicalmente: non è più un giudizio asettico, ma un feedback generativo all’interno di una relazione di cura, di un’alleanza.
Il coach non chiede: “Perché non hai fatto di più?”, ma domanda: “Cosa hai scoperto di te in questa prestazione?”, “Hai dato il meglio?”, “Cosa avresti potuto fare, che non hai fatto, per raggiungere l’obiettivo?”. L’errore viene accolto, non solo tollerato, come parte integrante della crescita e dell’autoconsapevolezza, eliminando il peso del fallimento che paralizza il potenziale e spinge lo studente a percepirsi come inadeguato.
Ma come si traduce tutto questo nella pratica quotidiana? In questo viaggio abbiamo scoperto che l’allenamento all’uso di varie “azioni potenti“ (ovvero che generano possibilità) può cambiare la nostra prospettiva e l’efficacia del nostro lavoro. Grazie ad esse abbiamo provato a traslare il nostro modo di vedere un problema da un piano di costante frustrazione — dettata dal sentirsi spesso impotenti e sovraccarichi — a un piano di accettazione consapevole. Questo non significa rassegnarsi, ma imparare a riconoscere e ad abitare lo spazio di ciò che è realmente possibile fare, trasformandolo in un terreno fertile per il cambiamento.
Ecco alcune di queste azioni sulle quali abbiamo maggiormente riflettuto e che sono applicabili nella relazione con i nostri studenti:
- L’ascolto attivo: spesso ascoltiamo solo per formulare una risposta immediata; il coaching ci invita invece ad ascoltare per comprendere, dando dignità anche ai silenzi e alle esitazioni, trasformandoli in punti di partenza per nuove osservazioni anziché avere troppa fretta di correggere.
- Le domande aperte: invece di offrire soluzioni pronte, il docente-coach può sollecitare la riflessione dello studente sostituendo un semplice “Hai studiato?” con domande che aprono la mente, come: “Qual è l’ostacolo più grande che hai trovato?” o “Cosa ti aiuterebbe a fare ciò che ora non riesci a iniziare?”.
- La sospensione del giudizio: focalizzarsi sul potenziale significa sforzarsi di guardare oltre le emozioni o i giudizi negativi personali. Ogni studente custodisce un talento — sia esso logico, creativo, relazionale o di altro tipo — che aspetta solo di essere riconosciuto.
La metafora del tramonto
Durante questi incontri, tutti noi docenti, nonostante i diversi background, abbiamo espresso il desiderio comune di riaccendere la motivazione in quegli studenti che appaiono talvolta spenti, confusi o rassegnati. Abbiamo condiviso come, davanti al loro disorientamento, proviamo la necessità impellente di “fare qualcosa” e, al tempo stesso, la frustrazione di non sapere come intervenire o di vedere che ogni sforzo appare vano.
Questo viaggio ha perciò avuto inizio dalla domanda collettiva: “Come facciamo ad aiutare i nostri studenti?”. Ed è terminato con la scoperta di cosa significhi per ognuno di noi “aiutare”: capire se quello che crediamo essere un aiuto lo sia realmente, se sia in nostro potere fare qualcosa di diverso o se, come a volte accade, sia possibile solo accettare che quella situazione non è in nostro potere cambiarla.
Tra le tante suggestioni, una metafora ha per me lasciato il segno: imparare a guardare le persone come si guarda un tramonto. Quando osserviamo il sole che cala, non pensiamo a cosa andrebbe cambiato o corretto; ci limitiamo ad apprezzarlo nella sua totalità, entrando in una comunicazione profonda con la sua bellezza. Lasciarsi ispirare dal coaching ha significato proprio questo: riscoprire che la scuola non è solo un insieme di pratiche burocratiche e adempimenti, ma il luogo sacro dove la persona torna a essere il fulcro di ogni atto educativo.


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